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sabato 9 marzo 2013

Il mio 8 Marzo al Centro Antiviolenza, tra ordinario e straordinario


Mattina in servizio di risposta telefonica: 6 chiamate di donne che stanno subendo violenza.

Nel pomeriggio porte aperte alla città: l'emozione di accompagnare i visitatori e le visitatrici di ogni età tra le stanze del centro, raccontandole.. e sentire che lo straordinario nutre l'ordinario di energie nuove. 



giovedì 14 febbraio 2013

Amore scalzo


"Sto attento a parlare con te, per non pestarti i piedi.  
Non è come nel ballo, è come su un sentiero di pietra che ha un pò d'erba cresciuta nelle giunture. E' forte ma cerco lo stesso di non sciuparla e faccio passi accorti. 
In case musulmane si lasciano fuori le scarpe e io faccio così con te." 


                                                             Erri De Luca, Tre Cavalli. Feltrinelli


Lorenzo Mattotti
Dedicata ai Compagni delle donne amate così.
Grazie a loro crediamo che l'antagonismo tra i generi sia un'invenzione culturale destinata a tramontare.

lunedì 9 luglio 2012

Prima le donne e i bambini. Cronaca della mia disavventura su un treno non troppo “immaginario”.

Sono le 8 di sera, il mio treno dovrebbe partire alle 8,13. 
Il benvenuto alla stazione è un monitor che segnala la cancellazione di 4 treni.
Mi aspetta un’oretta di afosa attesa, penso.

Già, perché ci sono 35 gradi ed io sono arrivata trafelata, con una valigia appresso ed in tenuta da ordinario combattimento palermitano: capelli a sanfasò1, domati alla meno peggio da una forcina storta, “prendisole” e sandali. Di più non si sopporta.

Ma Trenitalia pare avere un moto di generosità: eccezionalmente il treno delle 8,08 per Messina fermerà anche a Bagheria, proprio dove devo andare io.
Qualcuno mi fa capire che se sono una di quelle che rischia di schiattare lì al caldo per più di un’ora nell’attesa di un treno utile, posso anche provare a salire, magari correndo. Grazie assai.
Io non ho ovviamente obliterato il biglietto, non ho fatto in tempo, ma intravedo il controllore sulla porta dell’ultimo vagone per cui - ore 8,08 in punto - cammino spedita verso di lui, così “me lo scrive” - penso - e non mi fa storie.
“Solo che”, il gentiluomo comincia a imprecare:
Devi aprire la porta, che fa non si capisce? Che ci vuole? Il disegnino? Ti pare che aspettiamo a te?

Il caldo ci fa venire fuori al naturale.
Ma talè a chistu2!
Mi fermo e, ancora da lontano, gli faccio notare che è il caso di darsi una calmata anche perché è Trenitalia che sta offrendo un disservizio, costringendomi a inseguire un treno in partenza, visto che il mio ed i successivi sono stati cancellati. Tra l’altro, non ho certo chiesto io di aspettarmi.
Entro comunque su questo benedetto treno e porgo il biglietto al gentiluomo agitato perché lo validi; ancora borbotta con un fare infastidito. 
Improvvisamente capisco perfettamente l’espressione “m’acchianò u sagnu n’tiesta3!”. Descrive pienamente il mio stato d’animo.

Ripropongo la storia del disservizio, lui farfuglia infuriato cose che neanche ricordo per bene: non è vero che ci sono treni soppressi e se anche è vero non li ha certo soppressi lui, lui deve finire il turno, il treno non può aspettare i porci comodi di certa gente.. ed altre amenità, ma non ha molta importanza.
Quello che ha veramente importanza è il tono: offensivo, saccente, inopportunamente confidenziale.. con un uso del  ostentato tu che non capisco e che mi irrita sempre di più.
Sembra un padre che riprende malamente il figlio dodicenne  un pò troppo “scanazzato”4  per i suoi gusti.

Le vorrei far notare che io non sono sua sorella e che non è assolutamente il caso che lei si rivolga a me in questo modo. Come diavolo si permette? – dico.
Risposta (quasi urlata): a si? va bene va bene, intanto tutte queste persone sedute qua ora arrivano in ritardo per aspettare te! La prossima volta resti a piedi, hai capito?

Chiude la porta della cabina di comando e mi lascia nel mio brodo tra gli altri passeggeri.
Brodo di “raggia a’màtula”5 perché l’interlocutore si è sottratto e il pubblico non è interessato al mio “allattariarmi”, visto che stavolta il problema non lo riguarda: sono io l’unica persona che avrebbe dovuto prendere il treno successivo soppresso, loro si trovano esattamente là dove dovevano stare e rischiano pure di partire quasi in tempo, visto che sono le 8,10 e  due soli minuti di ritardo per la partenza sono un evento straordinario sulle ferrovie dello stato. 
Lo sanno bene, che che ne dica il ferroviere gentiluomo di cui sopra.

Più tardi mia madre commenterà: “Vastasu! Però.. il fatto è che da lontano devi essergli sembrata una ragazzina!”.

L'apparenza della matricola fuori sede c'era tutta. Ok,d'accordo, ma la cosa dovrebbe consolarmi?
Domande sparse:
- Se da lontano, avesse visto un uomo, il ferroviere si sarebbe mai sognato di usare questi toni e questo atteggiamento?
- Se da lontano, avesse visto una donna “in tiro” (tacchi, stacco di coscia, tubino o tailleur e complementi d’arredo vari tipici della professionista, di fascino però), il ferroviere avrebbe trovato “conveniente” profondersi in un simile saggio di bon ton ferroviario?

E poi le domande per me, quelle forse più brucianti:
Perché mai l’unica “provocazione” che sono riuscita a tirare fuori, così.. d’istinto, lì per lì, è stata: “ma mi ha scambiata per sua sorella?”?!
Che c’entrano le sorelle? C’è forse una licenza sottile di trattare le sorelle - soprattutto quelle piccole - a pesci in faccia, dopotutto?
Tanto “un c’è cuosa6”, una sorella perdona, ci passa sopra, c’avi a fari?
Evidentemente si, la licenza c’è ed è pure ben consolidata nell’immaginario comune, non si spiegherebbero altrimenti battute come “Sé, A tò suoru!” o “Va riccillu a tò suoru”7 in risposta ad insulti e offese varie.

In fondo avrei potuto chiedergli se avessimo per caso fatto il militare insieme, nonostante io non ne avessi memoria. Invece no, lì per lì, dal magma della raggia è venuta fuori sono la solita sorella e il tentativo di dire che no, non poteva trattarmi come lei, perché io non sono come lei.
Eppure solo lei ho trovato dentro me in quel momento. Altro che raffinate riflessioni su Genere, “Generentole” e dintorni!
In seguito, scrivendo qui, ho anche fatto qualche “passo avanti”.
Avrete notato che ho paragonato il ferroviere ad un padre incazzato con il figlio ragazzino, ma mi chiedo adesso: perché? Forse che la relazione adulto-bambino è un ambito in cui, tutto sommato, un atteggiamento così arrogante e sprezzante può essere considerato “accettabile”? Certo che no, eppure..

E’ un vecchio trucco, dopotutto: Up- chiama down-. Messaggio ricevuto.
E dalla posizione down- scatta la guerra dei poveri o delle povere: “io non sono povera come gli altri (i bambini)/le altre(le donne deboli). Ergo, non mi puoi trattare così”.

Guerra che non risolve granché, come tutte le guerre. Ma che la dice lunga su quanto ancora bisogna combattere, in noi e fuori di noi. Anche quando di “questioni di genere” e di rapporti di potere ci si occupa tutti i giorni.
Insomma, dall’immaginario collettivo al savoir fair ferroviario il passo è breve, andata e ritorno.

Prego, prima le donne e i bambini! Si accomodino!
Ancora.

Ancora.. si, perché il viaggio è ancora lungo.


DIZIONARIETTO PER NON SICULI
  1. A sanfasò: in modo disordinato, "ad muzzum". Pare che abbia origine dal francese "sans façon = alla buonaIl mio sinonimo preferito: “all’ariulè”.
  2. Ma talè a chistu! Dai questo si capisce!
  3. m’acchianò u sagnu n’tiesta: mi è “salito”, ribollendo, il sangue alla testa.
  4. Scanazzato: difficile da tradurre, ma molto trasparente! Amunì! Di solito è sinonimo di "sbandato", "testa calda".. ma si fa presto a dare dello scanazzato anche a chi è troppo vivace/vitale e forse .."sanamente" selvatico" per mettersi in riga.
  5. Raggia a’màtula: rabbia (in ebollizione), ma inutile, fine a se stessa.
  6. un c’è cuosa8: non è successo nulla di importante.
  7. Va riccillu a tò suoru”: Vallo a dire a tua sorella.


mercoledì 9 maggio 2012

Tenersi a mente e portarsi: pesi e contrappesi sulla soglia di un Centro Antiviolenza

Suonare il campanello, salire le scale, bussare alla porta di un Centro Antiviolenza.
Azioni che hanno peso.

La porta si apre. 
Occhi che hanno addosso la fatica di chi ha trascinato l’anima in salita. 
Di peso. Contro gravità.
La resistenza incontrata è fisica: è un fatto di muscoli, articolazioni, crampi e battiti.

Qualcuna ha conservato quell’indirizzo in un cassetto, per anni.
Talismano della speranza.
A volte, è preferibile saperlo lì a porgere un filo a cui aggrapparsi al bisogno, che usarlo, rischiando di giocarselo per sempre, come insinua il sospetto che possa non servire a nulla..

Qualcun’altra ha chiamato un’amica la sera prima, chiedendo di testimoniare per lei le volontà della notte di fronte al mattino.
Ormai conosce bene il rischio di tradire i pensieri nati nel buio.
Il sole sembra dissolverli; li spaccia per ombre del dormiveglia, nebbie, illusioni.
Gli occhi sono troppo indeboliti per fronteggiarlo. Fotosensibilità acquisita..
All’amica si chiede di essere il palo sulla barca di Ulisse, a cui legarsi e stringersi, per sostenere il canto di sirene bugiarde e mantenere la traiettoria.

Le donne raccontano spesso di avere chiesto all’amica di accompagnarle, ma soprattutto di “co-stringerle” ad andare al Centro anche se improvvisamente, al mattino, avessero cambiato idea.

Chi apre la porta dall’interno sa che deve tenere presente il travaglio delle scale perché  dentro quelle stanze nascano le parole per dirlo e poi, lentamente, quelle per ri-darsi alla luce.

Elena Mearini ha scritto un piccolo romanzo molto intenso, in cui la fatica - a volte, davvero quasi epica - dell’andare fisicamente in un Centro Antiviolenza è narrata in un modo che riesce, secondo me, a metterne in parole il peso specifico, con un linguaggio che da, letteralmente, carne e consistenza al dolore.

Eccone un estratto:
"Una tachicardia forte. Tacco a spillo che batte in petto. Calpesta la gola e inciampa in bocca. Mordo le labbra. Sanno di cuore stracotto, dimenticato in pentola. Sono anni che non alzo il coperchio e ignoro il punto di ebollizione.
Cammino decisa.
Voglio provarci.
Cacciare il passo nell’acqua che scotta. Fare visita alla cottura del cuore. Sfidare l’ustione con l’amianto ai piedi.
Alla mia destra il civico trentadue. Scorro i nomi al citofono. Al terzo il dito si ferma. È tendinite all’indice. Nervo che incrocia e brucia. Reagisco a scatto d’estintore. Forzo la mano e premo il pulsante. Un getto forte sopra la scritta Sportello Donna – Centro d’ascolto. Apro il portone. Scala a destra. Terzo piano.  
Salgo contratta. Maglia di ferro che perde aggancio. A ogni scalino rischio un inciampo. Due rampe e mi fermo. Stringo la tracolla della borsa. Impugno il cuoio con la scalata in mano. Il piano terzo è cima che ghiaccia. Lassù non c’è spazio per una che si scorda il cuore sopra la fiamma accesa.
La psicologa scuoterà la testa. Riderà in faccia all’aorta evaporata, al ventricolo bollito. Una vita ormai spacciata. Cotta al punto che nemmeno il dente la morde più. 
Un’ultima rampa di scale. Forse sono ancora in tempo, bastano pochi passi. Altri otto. E potrei rompere l’esilio del mio morso. Spegnere il fornello dei miei giorni. Dire basta a questo eterno bagnomaria. 
Afferro il corrimano. Due gradini. Apro e chiudo le mandibole. Provo le vocali sulle labbra.
La bocca si allena a chiedere aiuto. Ma è parola troppo grande, ci sta scomoda nel palato, soffoca contro le gengive.
E muore prima di essere voce.
Sul pianerottolo è già funerale, terra e lapide al soccorso. Guardo la porta del Centro.
Arretro, gambero verso l’ascensore. Rossa di vergogna per averci provato a rompere il patto con la mia croce.
Cristo rimase fedele, andò avanti con la sua corona di graffi. Dritto al chiodo senza lamento.
Cosa penserà di me, ferma qui davanti? Con questa smania di aiuto in testa, io che non ho spine in fronte.
Io che ho soltanto Diego, calcato sulle tempie.”
(E. Mearini, Undicesimo comandamento, Perdisa Editore, pp.34-36) 

Principessa Amnesia. Illustrazione di Rebecca Dautremer in "Princesses oublièes ou inconnues".

"Quando dimentico è come se un'idea giocasse a rimpiattino sul fondo della mia anima".dice di sè la Principessa Amnesia.  
Tiene appeso al muro un foglio con su scritto: "Tenere a mente di non dimenticare di ricordare".
(...) "Dimentica tutto: chi è lei, chi siete voi, quello che farà, perchè siete là.. Non ha memoria davvero, solo un buco nero".                                                    (da P. Lechermeier, R. Dautremer , "Principesse dimenticate o sconosciute",  Rizzoli.)

giovedì 5 aprile 2012

È che Lo/la disegnano così


Io non sono cattiva; è che mi disegnano così  (Jessica Rabbit)


Giovedì Santo. Pasqua è alle porte ed ecco gli auguri, fin troppo tradizionali, da parte di Papa Joseph Ratzinger.

Nulla di nuovo sotto il cielo: un gruppo di sacerdoti austriaci pubblica in questi giorni un appello alla disobbedienza, portando degli esempi concreti di come possa esprimersi questa “disobbedienza”, in particolare fanno riferimento alla possibilità di una riconsiderazione della questione “Ordinazione sacerdotale delle donne” e Papa Ratzinger durante l'omelia di oggi, risponde richiamando all'ordine e ribadendo che «come lo stesso beato Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera irrevocabile, la Chiesa, al riguardo, non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore».

Con un pizzico di politicamente corretto concede, poi, ai suddetti sacerdoti disobbedienti il beneficio del dubbio: «Vogliamo credere agli autori di tale appello, quando affermano di essere mossi dalla sollecitudine per la Chiesa; di essere convinti che si debba affrontare la lentezza delle Istituzioni con mezzi drastici per aprire vie nuove, per riportare la Chiesa all'altezza dell'oggi».

Ma per il Pontefice le buone intenzioni non bastano a giustificare simili auspici.

Pertanto si chiede candidamente: «La disobbedienza è veramente una via? Si può percepire in questo qualcosa della conformazione a Cristo, che è il presupposto di un vero rinnovamento, o non piuttosto soltanto la spinta disperata a fare qualcosa, a trasformare la Chiesa secondo i nostri desideri e le nostre idee?».

E pensare che il desiderio, evidentemente temuto dalla Chiesa ancora oggi, è “nostalgia della stelle”, stando a quanto suggerisce l'etimologia della parola, “de-sidera”.
Nulla di più propedeutico alla religione se solo, anche qui, si interpella l'etimologia latina “Religo = unire, mettere insieme” (il cielo delle stelle e la terra degli uomini, possibilmente).

Mi pare di rivedere la mia maestra di catechismo - indimenticabile Signorina Ciccina - mentre si cimentava con le origini latine della parola religione e me, all'età di 8-9 anni, che intanto immaginavo una sorta di Dio-Raperonzolo che gettava giù la treccia perchè “desiderava” essere raggiunto.
Solo la forza del desiderio avrebbe reso possibile l'impresa per gli scalatori e le scalatrici.
Le trecce sono prive di comodi pioli, da che mondo è mondo.
Ma nulla è impossibile all'Amor che move il sole e le altre stelle.
Il desiderio rende possibile far strada verso le stelle.

O attrarle.

Forse a 8 anni volevo immaginare la religione, l'unica che conoscessi, quella cristiano-cattolica, come una questione di movimento, non di ripetizione di esercizi sul posto.
Forse mi piaceva poter pensare che fu per desiderio che qualcuno, che autorizzava perfino prostitute e poco di buono di ogni sorta a dargli del Tu, scese dalle stelle.
Vorrei poterlo fare ancora.
Vorrei che me la raccontassero così, non più con corde vocali usurate dalla ripetizione e parole “politicamente corrette”, ma con muscoli brucianti per lo sforzo del movimento e gambe pronte ad arrampicarsi anche su poco rassicuranti scale senza pioli, piuttosto che sugli specchi della dottrina. 

Già in un'intervista a Messori, nel 1984 Ratzinger diceva: «Non siamo autorizzati a a trasformare il Padre Nostro in una Madre Nostra: il simbolismo usato da Gesù è irreversibile».


Pare che si tratti dunque di una questione di rappresentatività, Gesù era maschio, ergo chi lo rappresenta deve essere maschio. 
Anche l'occhio vuole la sua parte, insomma. 
Pura questione di immagine, pura interpretazione letterale del volere divino.

Peccato che come scrive Michela Murgia, nel suo bellissimo saggio Ave Mary:
Il simbolismo usato da Gesù è irreversibile" è una frase che pretende di rendere vero il suo contenuto per il solo fatto di esser stata enunciata. Ma pretende appunto. Per smentirla basterebbe ricordare che Gesù, nell'ambito della stessa area simbolica della paternità divina, ha espressamente chiesto ai discepoli di non chiamare nessuno Padre sulla terra, «perché uno solo è il Padre vostro che sta nei cieli». Eppure nessun Papa si è mai preoccupato di non farsi chiamare Santo Padre. (…) Dio ha fatto l'uomo a sua immagine e somiglianza, ma l'uomo e la donna a immagine di cosa si sono raccontati Dio?  
Così, mentre Ratzinger attende (?) eventuali autorizzazioni da Nostro Signore barattando, perfino nella scelta delle parole e nelle auto-descrizioni, il ruolo pastorale con quello da Burocrate del Regno dei cieli, io voglio tenere a mente con Michela Murgia che oggi, più che mai:
ci serve l'ironia di Jessica Rabbit per ricordarci che il destino di tutte le immagini, comprese quelle di Dio, è di finire distorte. L'irreversibile Ratzingeriano sembrerà tale solo finché continueranno a disegnarlo così.
                         (Michela Murgia, Ave Mary, Einaudi p.139)











lunedì 2 aprile 2012

Marjane e l'Integrità

Quasi per gemmazione Adrienne Rich e la sua “Integrità”, la poesia postata qualche giorno fa, mi hanno portata a pensare ad un'altra appassionata narratrice/ricercatrice di Integrità, Marjane Satrapi.

Questo frammento del suo Persepolis, mi pare prezioso:


Integro vuol dire intero, non diviso, non leso. Chi è integra è pura.
Pura: aggettivo pericoloso e spesso mistificato, credo. 
Troppo spesso inteso come sinonimo di semplicità granitica, tutta d'un pezzo, resistente alle ibridazioni.

Non è questa l'Integrità in cui voglio credere. Sa di integralismo e, come molti altri  -ismi.. puzza.

L'integrità ha a che fare con la complessità e con la possibilità di integrare le diverse parti di sé, senza estromissioni e rigetti.
E' molto più che coerenza. In fondo la coerenza è aderenza.
Mi sembra che l'Integrità, invece, abbia a che fare con la disponibilità a contaminarsi e rinnovarsi, rimanendo fedeli a se stesse anche quando questo vuol dire essere fedeli al bisogno di cambiare e fare la fatica di intrecciare il vecchio e il nuovo, senza scorciatoie.

giovedì 29 marzo 2012

Adrienne e l'Integrità


Oggi ci lascia Adrienne Rich.
Un inno all'Integrità per ricordarla.
Alcuni frammenti di una sua splendida poesia per trattenere la sua "selvaggia pazienza" e lasciare che ci contagi.

Integrità
Adrienne Rich


Una pazienza selvaggia mi ha portato fin qui
come se avessi dovuto portare a riva
una barca con un affannoso motore fuoribordo
vecchi maglioni, reti, libri macchiati dal nebulizzatore buttati nella prua.
Una specie di sole mi brucia le scapole.
Pervade gli scalmi. Emana calore da una parte all'altra.
Ci si possono ustionare le braccia, lambite dal dolore
al sole offuscato come rabbia non detta
dietro una nebbia fortuita.
(...)
Nulla permane nel regno della pura necessità
eccetto quanto le mie mani possono portare.
Nulla eccetto il mio stesso io?
I miei io.
Dopo tanto tempo, questa risposta.
Come se avessi sempre saputo
conduco la barca a riposo, semplicemente.
Il motore si spegne sui ciottoli
le cicale che riprendono il loro canto
fatto cadere nel silenzio.
Rabbia e tenerezza: i miei io.
E ora posso credere che essi respirino in me
come angeli, non come polarità.
Rabbia e tenerezza: il genio del ragno
per filare e tessere in un unico gesto
dal proprio corpo, ovunque
persino da una ragnatela rotta.


"Due donne che corrono sulla spiaggia" Pablo Picasso, 1922.