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venerdì 15 febbraio 2013

Amori difficili

Se siete in quel di Palermo, non perdetevi la mostra fotografica di Zanele Muholi, a Palazzo Ziino (via Dante, 53).
Avete ancora soltanto domani, 16 Febbraio, dalle 9,30 alle 19,30. 

Zanele Muholi, fotografa e attivista Sudafricana, racconta gli amori difficili di donne Africane lesbiche.
Tra le donne ritratte, molte sono state vittime di discriminazioni, violenze e stupri "correttivi" in quanto donne lesbiche.

Zanele Muholi ritrae identità ferite, ma forti. 
Soprattutto, racconta Amore. 
Nelle sue fotografie c'è intimità, c'è il quotidiano, la tenerezza, il gioco, c'è legame. 
C'è una bellezza nitida e grezza, senza edulcoranti. Mai gretta.

Ci sono i diritti inviolabili di anima e corpo.

Catturando scatti di essere - Being è il titolo di una delle due serie fotografiche esposte -  Muholi decostruisce lo stereotipo di donna necessariamente eterosessuale, ipersessualizzata e attraente come  moda e pornografia  comandano. 
Il nudo di Muholi è racconto di una scena e trasperenza dell'amore che la abita, per questo è   tutt'altro che o-sceno.

In Le cose dell'Amore, Umberto Galimberti scrive:
Il corpo spogliato e artificialmente prodotto per la seduzione non dispiega una scena intorno a sé, cui anche le cose dicono le sue intenzioni, ma è semplicemente messo in scena, e perciò è o-sceno, perchè offerto secondo quelle regole del gioco che lo fanno più nudo di quel che sia. Nudo della nudità di quel cerimoniale erotico che rende il corpo inespressivo, perchè ogni espressione è demandata alle vesti, agli accessori, ai gesti, alla musica, alle luci (...) per creare il desiderio al solo scopo di arrestarlo davanti alla messa in scena, dove non si celebra la trascendenza del corpo ma la sua opacità
                                                                                                (U. Galimberti, 2004. Feltrinelli, p. 79) 

Le fotografie esposte a Palazzo Ziino dicono molto non solo della coppia, ma anche della fiducia nell'artista, Zanele Maholi, capace di uno sguardo che contiene, celebra e racconta, senza mai violare né ostentare.
Immagini dense di un'intimità quasi contagiosa, capace di evocare nello spettatore le memorie corporee dei legami d'amore a cui deve la propria consistenza.


Ecco alcune delle fotografie della serie Being.

La potenza di queste immagini vale più di mille argomentazioni contro le mistificazioni di chi pontifica sull'amore e sulla libertà di essere.






 Qui altre info sulla mostra a Palazzo Ziino.

Zanele Muholi   Contemporary Visual artivist

lunedì 11 febbraio 2013

Osterie a destra e a manca


Italietta: ora ci si mette pure Neri Marcorè.

"Meno male che almeno c'è lei, a' Carfagna elettorale, che qualcosa ci tira sempre su" dice il comico, che ieri sera a Ballarò sostituiva Crozza per la copertina.
Carfagna esprime disappunto per la battuta da osteria e chiede spiegazioni. 
Floris le cita, ridanciano, la battuta pomeridiana del suo leader sull'impiegata "che viene e chissà quante volte viene" ecc. 
(Cliccate Qui per vedere il video, se ve lo siete perso).
Lei giustamente risponde con una domanda: "E questo autorizza forse  un suo comico a fare una battuta da osteria su di me?"
Qui il video.
Floris ci mette un pò a scusarsi per conto di Neri Marcorè. Alla fine lo fa, ma non rpima di averle ricordato che Silvio ha dimostrato, fino al pomeriggio, di saper fare molto di meglio in fatto di battute da osteria.

L'antifona che oggi si ripete in moltissimi commenti all'episodio è più o meno questa:  "Carfagna - l'ipocrita, la soubrette, la Ministra, diventata tale in cambio di chissaché - se lo merita.

Certo è che se per mare non ci sono taverne, in Italia invece non ne mancano, né a destra né a manca e, benché si facciano concorrenza, si ha spesso la netta sensazione che appartengano allo stesso consorzio, che che ne dicano i vari esercenti.

C'è una linea di continuità tra battute di questo tenore e i numeri della violenza di genere, una linea che passa per la costruzione e reiterazione di una rappresentazione ipersessualizzata e mortificante del femminile, in ogni campo: dalla politica allo spettacolo.
Tra scherzi, facezie, discorsi semi-seri e frasi buttate lì distrattamente giorno dopo giorno costruiamo un immaginario  condiviso. Tutto cementifica in quello che diventa il quadro di riferimento entro cui ci muoviamo. 

Lo sguardo di chi liquida  il disappunto di Mara Carfagna come quello di "una zoccola che se lo merita"  non è poi troppo lontano da quello di chi trova attenuanti per la violenza maschile nell'aggressività o nella seduttività di una donna, o ancora, nell'ostinazione a rimanere con chi la maltratta. 
Capita alle donne pluriabusate perfino di sentirsi dire che evidentemente "sono loro ad indurre in chiunque capiti loro a tiro un certo tipo di modalità relazionale, per via delle loro caratteristiche".
Tra le migliaia di donne che subiscono maltrattamenti ci sono naturalmente anche persone aggressive, provocatorie, autodistruttive, calcolatrici ecc., non per questo la violenza nei loro confronti è in alcun modo giustificabile.
Con buona pace di chi condanna la violenza sulle donne solo quando è possibile immaginarle  come fragili fiori recisi o candide colombe sporcate dal bruto, 

Non voglio certo sostenere che Mara Carfagna sia una donna abusata o raggirata, naturalmente.
Certamente però la violenza di genere trova terreno di coltura nella stessa cultura maschilista che permette anche ad un uomo intelligente come Neri Marcorè di parlare in questi termini all'ex ministro Carfagna. 
Ai molti e 'meritevoli' politici uomini, qualunque sia stato il modo in cui hanno conquistato quel ruolo, ben più raramente vengono indirizzate battute a sfondo sessuale. Lo stile da osteria italica è una delicatezza riservata alle donne, anche in politica.

Chi sostiene di poter criticare, o addirittura di volere cambiare, l'Italia di oggi - comico, giornalista o politico che sia - pensa forse di poterlo fare usando qua e là, quasi 'distrattamente', lo stesso stile becero di chi l'ha ridotta così?

Vi propongo, di seguito, una parte dell'articolo scritto oggi da Giovanna Cosenza sul Fatto Quotidiano:
"Penso che Berlusconi, gli applausi che si è guadagnato su quel palco e i sorrisetti imbarazzati della giovane donna ben rappresentano il machismo ammuffito di molti italiani e l’incapacità di molte donne di reagirvi in modo adeguato, specie se la muffa sta su un uomo di potere. Ma penso pure che chi insiste nell’alludere al passato di Mara Carfagna come donna “da calendario” – politico o comico che sia – si qualifica come appartenente o connivente allo stesso machismo stantio. Sei un avversario politico di Mara Carfagna? E allora critica ciò che propone e fa come donna politica. Vuoi fare satira? E allora inchiodala alle inconsistenze e ai tic di ciò che dice,evitando ogni allusione alla sua avvenenza e al suo passato da soubrette. Perché evitarli? Perché altrimenti abbassi il livello della satira, visto che è ben più difficile far ridere sui contenuti e sulle parole dei politici, che sul loro corpo. Inoltre finisci per mostrare a tuo danno, come è accaduto ieri a Marcorè, che un po’ di muffa machista ce l’hai addosso pure tu."
(E' possibile leggere l'articolo per intero sul blog DIS.AMB.IGUANDO - Giovanna Cosenza)



sabato 9 febbraio 2013

La Chiesa in salotto, tra le amiche.


Facendo zapping pomeridiano, sono finita tra Le amiche del sabato, una trasmissione di Rai uno.
Si parla di divorzio e qualcuno accenna alla possibilità che rimanere insieme benchè non si vada d'accordo, possa essere una scelta d'amore per il benessere dei figli.

A questo punto, un prete salottiero (si vede davvero molto spesso nei talk) - tale Don Mario - dice più o meno queste parole:
"Io sono figlio di un divorziato e di una signorina, nonostante questo sono venuto su  'stupendamente formato' da genitori che pur non potendo prendere la comunione, pregavano e mi hanno educato bene ecc. (..). Mia madre comprendeva mio padre, anche se lui a volte era violento. Lo accettava per amore, per il bene dei figli."

Qualcuno, tipo Luca Giurato (vedi tu in chi si deve sperare per riavere in studio un minimo di buon senso), fa notare che questo vuol dire distruggere una donna, che non è questo che vorremmo intendere per Famiglia e che vien proprio da dire Evviva il divorzio. 
Lui, il prete, risponde che questo tipo di affermazioni non le può accettare.

Non cadiamo certo dal pero. Conosciamo tutti la posizione della Chiesa sul divorzio e i miliardi di "si, ma" sull'autodeterminazione femminile, oltre che i no più o meno netti.
Ma a voi sembra normale che un opinionista-prete dica queste cose su Rai Uno, durante una trasmissione con pubblico prevalentemente femminile?
Vi sembra tollerabile che si porti il padre violento e la madre che non sa di poter dire Basta senza perdere valore agli occhi del suo Dio come esempio di famiglia  in grado di "stupendamente" formare?

Sarebbe questa la Chiesa reale, quella che prende le distanze dalla pecorella smarrita - o meglio 'scheggia impazzita' - Don Piero Corsi? 
Sarebbe questa la parte migliore, quella moderata, che conviene mandare a far presenza in tv, perchè anche i media sono strumento di diffusione della buona novella e della gioia cristiana e magari, con l'occasione, si fa pure un pò di  innocente marketing?

Vorrei che i cattolici parlassero, vorrei che in tanti prendessero le distanze da questa chiesa tronfia da salotto. 

martedì 29 gennaio 2013

One Bilion Rising, per conservare il cambiamento.


"La musica, come il sale, conserva meglio" 
 (E. De Luca, Il contrario di uno)



One Bilion rising - Il Flash mob fuori dalla Violenza:
  • è un invito a ballare
  • è protesta danzante
  • è una chiamata per ogni uomo e ogni donna che voglia rifiutarsi di partecipare allo status quo per mettere fine alla cultura dello stupro;
  • è un atto di solidarietà, dimostrando alle donne la comunanza delle loro lotte e il potere dei loro numeri;
  • è rifiuto di accettare la violenza contro le donne e le ragazze come un dato di fatto.     

E', sopratutto, desiderio di iniziare il cambiamento e conservarne la miccia.

Partecipa all'evento - Pagina Fb

Ecco il video ufficiale della canzone su cui si ballerà:
Break the chain - canzone ufficiale dell'evento

Michela Murgia scrive sul suo blog:
 "La canzone è intitolata significativamente Break the chain (Spezza la catena), dove il concetto di presa in carico del proprio destino è ancora una volta raffigurato dal gesto del ballo, liberatorio e energetico. La danza rompe le regole, dice il testo, ed è vero: rompe anche quelle della comunicazione che vorrebbe le donne vittime piangenti su sè stesse, esseri autocommiseranti e fragili incapaci di invertire la propria storia se non interviene una forza esterna."

Anche Palermo ballerà. L'appuntamento è per le 16,00 a Piazza Verdi, di fronte al Teatro Massimo.

Ecco un elenco delle altre città in cui, uomini e donne, il 14 Febbraio balleranno:

Dove si balla - Sito ufficiale One Bilion Rising Italia

Sul sito troverete anche tutti gli aggiornamenti e il tutorial della coreografia da realizzare.

domenica 20 gennaio 2013

Diritti sacri e profani

Donne e rischio di stupro.  Questa settimana ho letto tante cose a proposito di queste parole pronunciate dal procuratore di Bergamo, Francesco Dettori:
«Le donne sono l'anello debole di una società in cui è parzialmente ancora inculcata l'assurda mentalità della femmina come oggetto del possesso. Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che di sera non uscissero da sole. (....) Non voglio colpevolizzare la giovane che ha subìto violenza, anzi a lei vanno le nostre scuse per non aver saputo offrire la degna protezione. Ma a volte bisogna ragionare in termini realistici».
A commento, ho ascoltato parole che sottolineavano le buone intenzioni del Procuratore che del resto, effettivamente, esprime sin dall'inizio il suo rammarico.
Ho anche letto repliche intelligenti di donne e uomini impegnati contro la violenza di genere che condivido pienamente e che così  si potrebbero sintetizzare: "Avremmo semmai voluto  dei 'consigli' per gli aggressori una buona volta, non certo un invito  alle donne a restare a casa"

Nulla da aggiungere, se non un'analogia travestita da domanda.
Se l'argomento fosse stato "incidenti sul posto di lavoro e salute/sicurezza degli operai", ad un qualunque Procuratore della Repubblica Italiana sarebbe mai venuto in mente di dire pubblicamente -  seppur con rammarico - che  gli operai  farebbero bene a scegliere di restare a casa o  di mettersi a lavorare in proprio (magari facendo un pò di home working), perché la realtà dei fatti è che purtroppo i datori di lavoro spesso se ne infischiano di garantir loro sicurezza e sopravvivenza, sebbene le cose dovrebbero funzionare in ben altro modo?

Nonostante le buone intenzioni e la pretesa di dirlo per il nostro bene, nelle pratiche discorsive di ogni giorno, il diritto di una donna alla libertà di scegliere come, dove, quando e con chi - o senza di chi - andare, sembra ancora più facilmente sacrificabile del sacrosanto diritto al lavoro in condizioni di sicurezza di un operaio. 

Sulla via lastricata di buone intenzioni capita ancora di imbattersi nell'infernale dicotomia che oppone diritti sacri a diritti profani ed attribuisce questi ultimi alle donne, per poi negarli.

Nel loro interesse, dopotutto.



giovedì 8 novembre 2012

Adozione per le coppie gay. L'orticaria e i pensieri a frenata libera...

Io provo sempre una discreta orticaria ogni volta che, in una conversazione qualsiasi, qualcuno esordisce con frasi del tipo:  "io non ho niente contro i gay" o, al contrario, "io sono a favore delle coppie gay"...  o ancora: "io non sono affatto contro le coppie omosessuali a condizione che..." ecc. ecc.
In queste occasioni mi chiedo sempre: ma questo qui pensa davvero che il mondo abbia bisogno del nostro schierarci, ad uno ad uno, pro- o contro- questo e quell'altro per fare il suo corso?

Mi sembra sempre che la questione sia mal posta fin dall'inizio e che venga affrontata con un eccesso di semplificazione  puntualmente condita  con una bella dose di improvvisazione.
Eppure questo genere di frasi le pronunciano più o meno distrattamente anche colti ed intellettuali di ogni sorta. 
L'aspetto più interessante è che queste considerazioni nascono per lo più dall'impatto emotivo della questione sul singolo, più che da riflessioni nate da esperienze di prima mano - dall' incontro e dal confronto con famiglie diverse dalla propria - nella vita quotidiana.

Possiamo farci toccare da incontri reali? 
O continueremo ancora per molto a rifugiarci nelle opinioni astratte, ogni volta che l'emozione del cambiamento ci suggerisce frenata, retromarcia e poi una bella fuga intellettuale, giusto per andare sul sicuro?

Oggi su Repubblica, Michela Marzano scrive sull'argomento:
"Per chi si oppone al disegno di legge sul matrimonio e sull' adozione delle coppie omosessuali, il vero problema è il benessere dei bambini. Sarebbe immorale e pericoloso permettere a due persone dello stesso sesso di adottare un figlio privandolo così della possibilità di avere un padre e una madre (...).  Esistono solo tanti modi diversi, per i bambini, di imparare a "tenersi su", come direbbe Winnicott.  Ossia tanti modi diversi per capire che si ha diritto di essere quello che si è, indipendentemente dalle aspettative altrui (...) a meno di non restare prigionieri degli stereotipi che, per secoli, hanno codificato non solo la virilità e la femminilità, ma anche la maternità e la paternità (...). Opporsi all' adozione delle coppie omosessuali in nome dell' ordine simbolico non vuol dire solo confondere differenza e orientamento sessuale. Significa soprattutto non capire che il problema della filiazione è altrove e che si pone sempre quando un bimbo arriva all' interno della famiglia, indipendentemente dal fatto che un bambino cresca accanto a due uomini, a due donne, o ad un uomo ed una donna. Per crescere, infatti, ogni bimbo ha bisogno di essere accettato nella propria alterità, e quindi di essere riconosciuto come "altro" rispetto ai propri genitori. Proprio perché è unico. E che la propria individualità è legata a quest' unicità. È solo in questo modo che si ha poi accesso all' ordine simbolico secondo cui non solo la donna è diversa dall' uomo, ma ogni persona è diversa da tutte le altre, pur condividendone i diritti e i doveri. Incentrare il dibattito sulla questione dell' unicità e dell' individualità, però, costringerebbe ognuno di noi ad interrogarsi sulla propria capacità di tollerare ciò che è diverso. Sapendo benissimo che i bambini, quando crescono, si identificano non solo ai genitori, ma anche a tutti gli altri adulti che contribuiscono alla loro educazione.E che tanti problemi, nella vita, nascono quando non si è stati accettati e riconosciuti per quello che si era. "

Ecco il link all'articolo completo:
Se la normalità diventa discriminazione - Michela Marzano / Repubblica.it


domenica 12 agosto 2012

Un cartone animato per raccontare un amore omosessuale

Le baiser de la lune è un delizioso cortometraggio francese creato da Sèbastien Wetel.  
Il cartone animato è destinato agli alunni delle scuole medie e proposto agli insegnanti come strumento didattico.
Con la forza e la delicatezza della poesia per immagini, l'autore racconta la nascita di un amore. 

Prigioniera di un castello di favola, una gatta - la dolce Agathe - è convinta che non ci si possa amare se non come i principi e le principesse. 
Questa visione univoca dell'amore, però, verrà messa in questione da Felix, un piccolo pesce-gatto - nipote adottivo di Agathe - che si innamora di Leòn, un pesce luna: come la luna è innamorata del sole. 
Due amori impossibili per Agathe alla quale tanto la Luna quanto Felix e il suo Leon appariranno folli in prima istanza. 
La paura di deludere Agathe e il desiderio scomodo, quanto soffocato, di venire alla luce saranno le prove che il piccolo pesce-gatto dovrà affrontare e superare scegliendo l'ascolto dei propri sentimenti, unica guida capace di mostrare la via e, più tardi, di cambiare - aprendolo - lo sguardo di Agathe.

Le baiser de la lune racconta dunque la storia di un amore omosessuale e la bellezza multiforme del Legame che rende possibile ad una gatta amare un pesce come un nipotino, così come alla luna amare il sole, suo opposto, come sposo.





YouTube (o chi per lui) rubrica tra i suoi video la versione sottotitolata in italiano del trailer,affiancando alla traduzione del titolo queste infelici parole di commento: "Un cartoon per spiegare l'omosessualità ai bimbi". 
Il punto di forza del lavoro di Wetel è la narrazione di un amore possibile. 
Ben altra cosa rispetto alle spiegazioni
Cosa c'è da spiegare? Cosa fa di un sentimento e della sua nascita spontanea qualcosa da spiegare?  
Domande retoriche. Lo sappiamo fin troppo bene.

Alle pretese spiegazioni pseudo-scientifiche Wetel oppone però la potenza lieve e incisiva di una buona narrazione.
Ecco le sue parole:
"Attraverso questo film spero di fornire una migliore rappresentazione delle relazioni d'amore tra persone dello stesso sesso. Si tratta di mostrare che due uomini o due donne possono amarsi anche se i loro amori sembrano diversi se non impossibili. Il film è rivolto ad un pubblico infantile per lottare contro l'omofobia che spesso emerge durante l'adolescenza e al di là della questione dell'omosessualità questo film è una lotta contro le discriminazioni per imparare il rispetto dell'altro e della sua differenza. Partire dall'universo poetico de Le baiser de la lune per far riflettere gli allievi sulle differenti relazioni d'amore. (...)  Questo dvd e il suo libretto sono diretti agli insegnanti per stimolare un dibattito con i loro studenti sui rapporti d'amore dopo la visione del film anche con esercizi e stimoli ludici sugli stereotipi relativi alle relazioni tra persone dello stesso sesso. (...) La cosa più interessante è che i bambini non si concentrano sul concetto di sessualità. Parlano di amore, di libertà e sono contenti che i piccoli pesci possano scegliere.

Consiglio anche la visione del trailer in lingua francese per apprezzare al meglio il lavoro, dato che la qualità del video è di gran lunga superiore. 
















lunedì 9 luglio 2012

Prima le donne e i bambini. Cronaca della mia disavventura su un treno non troppo “immaginario”.

Sono le 8 di sera, il mio treno dovrebbe partire alle 8,13. 
Il benvenuto alla stazione è un monitor che segnala la cancellazione di 4 treni.
Mi aspetta un’oretta di afosa attesa, penso.

Già, perché ci sono 35 gradi ed io sono arrivata trafelata, con una valigia appresso ed in tenuta da ordinario combattimento palermitano: capelli a sanfasò1, domati alla meno peggio da una forcina storta, “prendisole” e sandali. Di più non si sopporta.

Ma Trenitalia pare avere un moto di generosità: eccezionalmente il treno delle 8,08 per Messina fermerà anche a Bagheria, proprio dove devo andare io.
Qualcuno mi fa capire che se sono una di quelle che rischia di schiattare lì al caldo per più di un’ora nell’attesa di un treno utile, posso anche provare a salire, magari correndo. Grazie assai.
Io non ho ovviamente obliterato il biglietto, non ho fatto in tempo, ma intravedo il controllore sulla porta dell’ultimo vagone per cui - ore 8,08 in punto - cammino spedita verso di lui, così “me lo scrive” - penso - e non mi fa storie.
“Solo che”, il gentiluomo comincia a imprecare:
Devi aprire la porta, che fa non si capisce? Che ci vuole? Il disegnino? Ti pare che aspettiamo a te?

Il caldo ci fa venire fuori al naturale.
Ma talè a chistu2!
Mi fermo e, ancora da lontano, gli faccio notare che è il caso di darsi una calmata anche perché è Trenitalia che sta offrendo un disservizio, costringendomi a inseguire un treno in partenza, visto che il mio ed i successivi sono stati cancellati. Tra l’altro, non ho certo chiesto io di aspettarmi.
Entro comunque su questo benedetto treno e porgo il biglietto al gentiluomo agitato perché lo validi; ancora borbotta con un fare infastidito. 
Improvvisamente capisco perfettamente l’espressione “m’acchianò u sagnu n’tiesta3!”. Descrive pienamente il mio stato d’animo.

Ripropongo la storia del disservizio, lui farfuglia infuriato cose che neanche ricordo per bene: non è vero che ci sono treni soppressi e se anche è vero non li ha certo soppressi lui, lui deve finire il turno, il treno non può aspettare i porci comodi di certa gente.. ed altre amenità, ma non ha molta importanza.
Quello che ha veramente importanza è il tono: offensivo, saccente, inopportunamente confidenziale.. con un uso del  ostentato tu che non capisco e che mi irrita sempre di più.
Sembra un padre che riprende malamente il figlio dodicenne  un pò troppo “scanazzato”4  per i suoi gusti.

Le vorrei far notare che io non sono sua sorella e che non è assolutamente il caso che lei si rivolga a me in questo modo. Come diavolo si permette? – dico.
Risposta (quasi urlata): a si? va bene va bene, intanto tutte queste persone sedute qua ora arrivano in ritardo per aspettare te! La prossima volta resti a piedi, hai capito?

Chiude la porta della cabina di comando e mi lascia nel mio brodo tra gli altri passeggeri.
Brodo di “raggia a’màtula”5 perché l’interlocutore si è sottratto e il pubblico non è interessato al mio “allattariarmi”, visto che stavolta il problema non lo riguarda: sono io l’unica persona che avrebbe dovuto prendere il treno successivo soppresso, loro si trovano esattamente là dove dovevano stare e rischiano pure di partire quasi in tempo, visto che sono le 8,10 e  due soli minuti di ritardo per la partenza sono un evento straordinario sulle ferrovie dello stato. 
Lo sanno bene, che che ne dica il ferroviere gentiluomo di cui sopra.

Più tardi mia madre commenterà: “Vastasu! Però.. il fatto è che da lontano devi essergli sembrata una ragazzina!”.

L'apparenza della matricola fuori sede c'era tutta. Ok,d'accordo, ma la cosa dovrebbe consolarmi?
Domande sparse:
- Se da lontano, avesse visto un uomo, il ferroviere si sarebbe mai sognato di usare questi toni e questo atteggiamento?
- Se da lontano, avesse visto una donna “in tiro” (tacchi, stacco di coscia, tubino o tailleur e complementi d’arredo vari tipici della professionista, di fascino però), il ferroviere avrebbe trovato “conveniente” profondersi in un simile saggio di bon ton ferroviario?

E poi le domande per me, quelle forse più brucianti:
Perché mai l’unica “provocazione” che sono riuscita a tirare fuori, così.. d’istinto, lì per lì, è stata: “ma mi ha scambiata per sua sorella?”?!
Che c’entrano le sorelle? C’è forse una licenza sottile di trattare le sorelle - soprattutto quelle piccole - a pesci in faccia, dopotutto?
Tanto “un c’è cuosa6”, una sorella perdona, ci passa sopra, c’avi a fari?
Evidentemente si, la licenza c’è ed è pure ben consolidata nell’immaginario comune, non si spiegherebbero altrimenti battute come “Sé, A tò suoru!” o “Va riccillu a tò suoru”7 in risposta ad insulti e offese varie.

In fondo avrei potuto chiedergli se avessimo per caso fatto il militare insieme, nonostante io non ne avessi memoria. Invece no, lì per lì, dal magma della raggia è venuta fuori sono la solita sorella e il tentativo di dire che no, non poteva trattarmi come lei, perché io non sono come lei.
Eppure solo lei ho trovato dentro me in quel momento. Altro che raffinate riflessioni su Genere, “Generentole” e dintorni!
In seguito, scrivendo qui, ho anche fatto qualche “passo avanti”.
Avrete notato che ho paragonato il ferroviere ad un padre incazzato con il figlio ragazzino, ma mi chiedo adesso: perché? Forse che la relazione adulto-bambino è un ambito in cui, tutto sommato, un atteggiamento così arrogante e sprezzante può essere considerato “accettabile”? Certo che no, eppure..

E’ un vecchio trucco, dopotutto: Up- chiama down-. Messaggio ricevuto.
E dalla posizione down- scatta la guerra dei poveri o delle povere: “io non sono povera come gli altri (i bambini)/le altre(le donne deboli). Ergo, non mi puoi trattare così”.

Guerra che non risolve granché, come tutte le guerre. Ma che la dice lunga su quanto ancora bisogna combattere, in noi e fuori di noi. Anche quando di “questioni di genere” e di rapporti di potere ci si occupa tutti i giorni.
Insomma, dall’immaginario collettivo al savoir fair ferroviario il passo è breve, andata e ritorno.

Prego, prima le donne e i bambini! Si accomodino!
Ancora.

Ancora.. si, perché il viaggio è ancora lungo.


DIZIONARIETTO PER NON SICULI
  1. A sanfasò: in modo disordinato, "ad muzzum". Pare che abbia origine dal francese "sans façon = alla buonaIl mio sinonimo preferito: “all’ariulè”.
  2. Ma talè a chistu! Dai questo si capisce!
  3. m’acchianò u sagnu n’tiesta: mi è “salito”, ribollendo, il sangue alla testa.
  4. Scanazzato: difficile da tradurre, ma molto trasparente! Amunì! Di solito è sinonimo di "sbandato", "testa calda".. ma si fa presto a dare dello scanazzato anche a chi è troppo vivace/vitale e forse .."sanamente" selvatico" per mettersi in riga.
  5. Raggia a’màtula: rabbia (in ebollizione), ma inutile, fine a se stessa.
  6. un c’è cuosa8: non è successo nulla di importante.
  7. Va riccillu a tò suoru”: Vallo a dire a tua sorella.


sabato 16 giugno 2012

Un rimedio naturale contro la perfezione



Anche lei seduce.
Gustosissima promessa.
Ha un odore che strega e fa proseliti, 
Quello stesso odore, più tardi, renderà difficile ai sedotti, sedurre.

Anche lei fa piangere.

Come lei, cruda è davvero un macigno da digerire.
Meglio sciolta, soffritta e ben appassita.
Perfezione ammansita!

Quando la Perfezione ci ronza troppo intorno e, infine, ci prende per il naso, ricordiamoci ..della Cipolla.
E prendiamola un pò in giro.
Parola di Wiszlawa Szymborska .

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.                                        
Completamente cipolla
Fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.
In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.
Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.
La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

giovedì 17 maggio 2012

Lucianina sulla violenza contro le donne. Perchè non mi ha convinta...

La Litti è esilarante, intelligente e una "paroliera" impertinente e simpatica che aspetto sempre con curiosità e voglia di divertimento.
Con gli occhi strizzati dal sonno l'ho aspettata anche l'altra sera, lunedì 14, a "Quello che non ho", la trasmissione di Fazio e Saviano.
Presentava la parola Donna e ad un certo punto ha parlato di violenza contro le donne e di femminicidio.,
Stavolta però non mi ha convinta.
Proverò a dire i perchè.
Intanto, ecco il video.



Luciana ha senz'altro il merito di parlare di femminicidio e di fare riferimento alla visione della donna come proprietà privata maschile, come ad una  radice di questo fenomento.
Nonostante questo il suo intervento non mi ha convinta affatto.

Non mi convince perché utilizza la parola colpa.
Quel "diciamocelo è anche un pç colpa nostra (...) perché noi donne quando amiamo non capiamo più niente" è una provocazione, d'accordo, ma utilizza una parola - "colpa" - intrisa storicamente di una montagna di stereotipi su come funziona la violenza; fa eco ad una sorta di "a volte ce la cerchiamo", uno dei più infelici mantra della storia delle donne.
Il modo in cui prosegue la frase, poi, sembra rimandare ad una specie di "ingenuità comune alle donne" che quando amano, appunto, non "distinguono più, amano tutto".

mercoledì 9 maggio 2012

Tenersi a mente e portarsi: pesi e contrappesi sulla soglia di un Centro Antiviolenza

Suonare il campanello, salire le scale, bussare alla porta di un Centro Antiviolenza.
Azioni che hanno peso.

La porta si apre. 
Occhi che hanno addosso la fatica di chi ha trascinato l’anima in salita. 
Di peso. Contro gravità.
La resistenza incontrata è fisica: è un fatto di muscoli, articolazioni, crampi e battiti.

Qualcuna ha conservato quell’indirizzo in un cassetto, per anni.
Talismano della speranza.
A volte, è preferibile saperlo lì a porgere un filo a cui aggrapparsi al bisogno, che usarlo, rischiando di giocarselo per sempre, come insinua il sospetto che possa non servire a nulla..

Qualcun’altra ha chiamato un’amica la sera prima, chiedendo di testimoniare per lei le volontà della notte di fronte al mattino.
Ormai conosce bene il rischio di tradire i pensieri nati nel buio.
Il sole sembra dissolverli; li spaccia per ombre del dormiveglia, nebbie, illusioni.
Gli occhi sono troppo indeboliti per fronteggiarlo. Fotosensibilità acquisita..
All’amica si chiede di essere il palo sulla barca di Ulisse, a cui legarsi e stringersi, per sostenere il canto di sirene bugiarde e mantenere la traiettoria.

Le donne raccontano spesso di avere chiesto all’amica di accompagnarle, ma soprattutto di “co-stringerle” ad andare al Centro anche se improvvisamente, al mattino, avessero cambiato idea.

Chi apre la porta dall’interno sa che deve tenere presente il travaglio delle scale perché  dentro quelle stanze nascano le parole per dirlo e poi, lentamente, quelle per ri-darsi alla luce.

Elena Mearini ha scritto un piccolo romanzo molto intenso, in cui la fatica - a volte, davvero quasi epica - dell’andare fisicamente in un Centro Antiviolenza è narrata in un modo che riesce, secondo me, a metterne in parole il peso specifico, con un linguaggio che da, letteralmente, carne e consistenza al dolore.

Eccone un estratto:
"Una tachicardia forte. Tacco a spillo che batte in petto. Calpesta la gola e inciampa in bocca. Mordo le labbra. Sanno di cuore stracotto, dimenticato in pentola. Sono anni che non alzo il coperchio e ignoro il punto di ebollizione.
Cammino decisa.
Voglio provarci.
Cacciare il passo nell’acqua che scotta. Fare visita alla cottura del cuore. Sfidare l’ustione con l’amianto ai piedi.
Alla mia destra il civico trentadue. Scorro i nomi al citofono. Al terzo il dito si ferma. È tendinite all’indice. Nervo che incrocia e brucia. Reagisco a scatto d’estintore. Forzo la mano e premo il pulsante. Un getto forte sopra la scritta Sportello Donna – Centro d’ascolto. Apro il portone. Scala a destra. Terzo piano.  
Salgo contratta. Maglia di ferro che perde aggancio. A ogni scalino rischio un inciampo. Due rampe e mi fermo. Stringo la tracolla della borsa. Impugno il cuoio con la scalata in mano. Il piano terzo è cima che ghiaccia. Lassù non c’è spazio per una che si scorda il cuore sopra la fiamma accesa.
La psicologa scuoterà la testa. Riderà in faccia all’aorta evaporata, al ventricolo bollito. Una vita ormai spacciata. Cotta al punto che nemmeno il dente la morde più. 
Un’ultima rampa di scale. Forse sono ancora in tempo, bastano pochi passi. Altri otto. E potrei rompere l’esilio del mio morso. Spegnere il fornello dei miei giorni. Dire basta a questo eterno bagnomaria. 
Afferro il corrimano. Due gradini. Apro e chiudo le mandibole. Provo le vocali sulle labbra.
La bocca si allena a chiedere aiuto. Ma è parola troppo grande, ci sta scomoda nel palato, soffoca contro le gengive.
E muore prima di essere voce.
Sul pianerottolo è già funerale, terra e lapide al soccorso. Guardo la porta del Centro.
Arretro, gambero verso l’ascensore. Rossa di vergogna per averci provato a rompere il patto con la mia croce.
Cristo rimase fedele, andò avanti con la sua corona di graffi. Dritto al chiodo senza lamento.
Cosa penserà di me, ferma qui davanti? Con questa smania di aiuto in testa, io che non ho spine in fronte.
Io che ho soltanto Diego, calcato sulle tempie.”
(E. Mearini, Undicesimo comandamento, Perdisa Editore, pp.34-36) 

Principessa Amnesia. Illustrazione di Rebecca Dautremer in "Princesses oublièes ou inconnues".

"Quando dimentico è come se un'idea giocasse a rimpiattino sul fondo della mia anima".dice di sè la Principessa Amnesia.  
Tiene appeso al muro un foglio con su scritto: "Tenere a mente di non dimenticare di ricordare".
(...) "Dimentica tutto: chi è lei, chi siete voi, quello che farà, perchè siete là.. Non ha memoria davvero, solo un buco nero".                                                    (da P. Lechermeier, R. Dautremer , "Principesse dimenticate o sconosciute",  Rizzoli.)

giovedì 5 aprile 2012

È che Lo/la disegnano così


Io non sono cattiva; è che mi disegnano così  (Jessica Rabbit)


Giovedì Santo. Pasqua è alle porte ed ecco gli auguri, fin troppo tradizionali, da parte di Papa Joseph Ratzinger.

Nulla di nuovo sotto il cielo: un gruppo di sacerdoti austriaci pubblica in questi giorni un appello alla disobbedienza, portando degli esempi concreti di come possa esprimersi questa “disobbedienza”, in particolare fanno riferimento alla possibilità di una riconsiderazione della questione “Ordinazione sacerdotale delle donne” e Papa Ratzinger durante l'omelia di oggi, risponde richiamando all'ordine e ribadendo che «come lo stesso beato Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera irrevocabile, la Chiesa, al riguardo, non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore».

Con un pizzico di politicamente corretto concede, poi, ai suddetti sacerdoti disobbedienti il beneficio del dubbio: «Vogliamo credere agli autori di tale appello, quando affermano di essere mossi dalla sollecitudine per la Chiesa; di essere convinti che si debba affrontare la lentezza delle Istituzioni con mezzi drastici per aprire vie nuove, per riportare la Chiesa all'altezza dell'oggi».

Ma per il Pontefice le buone intenzioni non bastano a giustificare simili auspici.

Pertanto si chiede candidamente: «La disobbedienza è veramente una via? Si può percepire in questo qualcosa della conformazione a Cristo, che è il presupposto di un vero rinnovamento, o non piuttosto soltanto la spinta disperata a fare qualcosa, a trasformare la Chiesa secondo i nostri desideri e le nostre idee?».

E pensare che il desiderio, evidentemente temuto dalla Chiesa ancora oggi, è “nostalgia della stelle”, stando a quanto suggerisce l'etimologia della parola, “de-sidera”.
Nulla di più propedeutico alla religione se solo, anche qui, si interpella l'etimologia latina “Religo = unire, mettere insieme” (il cielo delle stelle e la terra degli uomini, possibilmente).

Mi pare di rivedere la mia maestra di catechismo - indimenticabile Signorina Ciccina - mentre si cimentava con le origini latine della parola religione e me, all'età di 8-9 anni, che intanto immaginavo una sorta di Dio-Raperonzolo che gettava giù la treccia perchè “desiderava” essere raggiunto.
Solo la forza del desiderio avrebbe reso possibile l'impresa per gli scalatori e le scalatrici.
Le trecce sono prive di comodi pioli, da che mondo è mondo.
Ma nulla è impossibile all'Amor che move il sole e le altre stelle.
Il desiderio rende possibile far strada verso le stelle.

O attrarle.

Forse a 8 anni volevo immaginare la religione, l'unica che conoscessi, quella cristiano-cattolica, come una questione di movimento, non di ripetizione di esercizi sul posto.
Forse mi piaceva poter pensare che fu per desiderio che qualcuno, che autorizzava perfino prostitute e poco di buono di ogni sorta a dargli del Tu, scese dalle stelle.
Vorrei poterlo fare ancora.
Vorrei che me la raccontassero così, non più con corde vocali usurate dalla ripetizione e parole “politicamente corrette”, ma con muscoli brucianti per lo sforzo del movimento e gambe pronte ad arrampicarsi anche su poco rassicuranti scale senza pioli, piuttosto che sugli specchi della dottrina. 

Già in un'intervista a Messori, nel 1984 Ratzinger diceva: «Non siamo autorizzati a a trasformare il Padre Nostro in una Madre Nostra: il simbolismo usato da Gesù è irreversibile».


Pare che si tratti dunque di una questione di rappresentatività, Gesù era maschio, ergo chi lo rappresenta deve essere maschio. 
Anche l'occhio vuole la sua parte, insomma. 
Pura questione di immagine, pura interpretazione letterale del volere divino.

Peccato che come scrive Michela Murgia, nel suo bellissimo saggio Ave Mary:
Il simbolismo usato da Gesù è irreversibile" è una frase che pretende di rendere vero il suo contenuto per il solo fatto di esser stata enunciata. Ma pretende appunto. Per smentirla basterebbe ricordare che Gesù, nell'ambito della stessa area simbolica della paternità divina, ha espressamente chiesto ai discepoli di non chiamare nessuno Padre sulla terra, «perché uno solo è il Padre vostro che sta nei cieli». Eppure nessun Papa si è mai preoccupato di non farsi chiamare Santo Padre. (…) Dio ha fatto l'uomo a sua immagine e somiglianza, ma l'uomo e la donna a immagine di cosa si sono raccontati Dio?  
Così, mentre Ratzinger attende (?) eventuali autorizzazioni da Nostro Signore barattando, perfino nella scelta delle parole e nelle auto-descrizioni, il ruolo pastorale con quello da Burocrate del Regno dei cieli, io voglio tenere a mente con Michela Murgia che oggi, più che mai:
ci serve l'ironia di Jessica Rabbit per ricordarci che il destino di tutte le immagini, comprese quelle di Dio, è di finire distorte. L'irreversibile Ratzingeriano sembrerà tale solo finché continueranno a disegnarlo così.
                         (Michela Murgia, Ave Mary, Einaudi p.139)