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giovedì 14 febbraio 2013

Amore scalzo


"Sto attento a parlare con te, per non pestarti i piedi.  
Non è come nel ballo, è come su un sentiero di pietra che ha un pò d'erba cresciuta nelle giunture. E' forte ma cerco lo stesso di non sciuparla e faccio passi accorti. 
In case musulmane si lasciano fuori le scarpe e io faccio così con te." 


                                                             Erri De Luca, Tre Cavalli. Feltrinelli


Lorenzo Mattotti
Dedicata ai Compagni delle donne amate così.
Grazie a loro crediamo che l'antagonismo tra i generi sia un'invenzione culturale destinata a tramontare.

sabato 9 febbraio 2013

Forza e poesia del caso

Ho visto da poco Paperman, il nuovo cortometraggio Disney giustamente candidato all'Oscar con i suoi 6 minuti intrisi di fascino.
L'ho quasi subito associato ad una poesia di Wislawa Zsymborska.

Con immagini splendide che fondono la bellezza vivida del disegno a mano con la raffinatezza delle tecniche più avanzate di animazione digitale, il corto mette in scena un fortuito amore a prima vista, raccontando proprio  il momento della "scintilla" e la forza magnetica che questa è in grado di muovere perché quel che deve essere, sia.

Nella poesia di Wislawa c'è ancora di più: c'è il 'prima' della scintilla.
Per questo, se volessimo, idealmente potrebbe essere un pò il "prequel" di Paperman.

Eccola:

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.

È bella una tale certezza
ma l'incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
Uno "scusi" nella ressa?
Un 'ha sbagliato numerò' nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all'altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell'infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
Wislawa Zsymborska



E per chi non avesse ancora visto il cortometraggio Disney, ecco il video:




da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-101440?f=a:924>

domenica 3 febbraio 2013

Il linguaggio duro della poesia

La poesia contiene una felicità che gli è propria, 
qualunque sia il dramma che essa 
debba illuminare 
(Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, 1957) 

In questi giorni di fermento politico, anzi elettorale (meglio chiamare le cose con il loro nome), penso dovremmo chiederci se qualche aspirante leader abbia posto per la Poesia tra i suoi punti programmatici. 
Non fatico a immaginare il galante Silvio ad elencarci, di fronte ad una lacrimosa D'Urso, le occasioni in cui  ha dato prova del suo 'romanticismo' e dubito - cabaret a parte - che in una qualunque stanza di partito si stia pensando alla Poesia, quella vera e dura, come ad un'urgenza.
Eppure è un salvavita. 
Ed è profondamente politica; sovversiva e ordinatrice, come poche altre attività umane.

Lo dice bene Jeanette Winterson nel suo memoir, un racconto di grande bellezza e intensità sul trauma e sul potere di nominarlo, scandagliando il dolore e la felicità nel suo cono d'ombra.

"Quando sento dire che la poesia è un lusso, o un'opzione, un prodotto riservato alla classe  media colta, che non dovrebbe essere letta a scuola perché non è essenziale, tutte le cose stupide e bizzarre che si dicono sulla poesia e sul posto che occupa nelle nostre vite, mi viene il sospetto che la gente che parla così abbia avuto la vita facile. Una vita dura ha bisogno di una lingua dura perché duro è il linguaggio della poesia. Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. E' un luogo dove ritrovarsi.  
(...) Credo nei racconti e nel potere delle storie perché ci permettono di parlare una lingua sconosciuta. Non vediamo ridotti al silenzio. Tutti noi, quando subiamo un trauma, ci ritroviamo a esitare, a balbettare; ci sono lunghe pause nel nostro discorso. Ci è impossibili esprimere quel che abbiamo dentro. E possiamo reimpossessarci della nostra lingua solo attraverso la lingua degli altri. Possiamo rivolgerci alla poesia. Possiamo aprire il libro. Qualcuno è stato lì per noi e ha scandagliato le parole. Io avevo bisogno delle parole perché le famiglie infelici sono cospirazioni di silenzio. Chi rompe il silenzio non viene mai perdonato. Lui/lei deve imparare a perdonarsi."
J. Winterson, 2012. Perchè essere felice quando puoi essere normale, Mondadori .
( pp.18,44) 

La scrittrice inglese Jeanette Winterson

domenica 20 gennaio 2013

Ode al perro

Un cane randagio mi ha morsa ad una gamba in quel di via Maqueda. 
L'ipotesi più accreditata è che lo abbia fatto perché qualcuno lo aveva poco prima maltrattato, colpito o qualcosa del genere.
La violenza si trasmette, che vuoi farci.
Mi sono già lagnata abbastanza delle scocciature che ne sono seguite. Qui nel Mafraj voglio invece provare a porgere "l'altra zampa" e lo farò prendendo in prestito una splendida poesia di Neruda e ricordando il mio vecchio e adorato cane che adesso non è più con me.


Ode al Cane

Il cane mi domanda
e non rispondo.
Salta, corre pei campi e mi domanda
senza parlare
e i suoi occhi
sono due richieste umide, due fiamme
liquide che interrogano
e io non rispondo,
non rispondo perché
non so, non posso dir nulla.


In campo aperto andiamo
uomo e cane.


Brillano le foglie come
se qualcuno
le avesse baciate
a una a una,
sorgono dal suolo
tutte le arance
a collocare
piccoli planetari
su alberi rotondi
come la notte, e verdi,
e noi, uomo e cane, andiamo
a fiutare il mondo, a scuotere il trifoglio,
nella campagna cilena,
fra le limpide dita di settembre.


Il cane si ferma,
insegue le api,
salta l'acqua trepida,
ascolta lontanissimi
latrati,
orina sopra un sasso,
e mi porta la punta del suo muso,
a me, come un regalo.
É la sua freschezza affettuosa,
la comunicazione del suo affetto,
e proprio lí mi chiese
con i suoi due occhi,
perché é giorno, perché verrá la notte,
perché la primavera
non portó nella sua canestra
nulla
per i cani randagi,
tranne inutili fiori,
fiori, fiori e fiori.
E cosí m'interroga
il cane
e io non rispondo.


Andiamo
uomo e cane uniti
dal mattino verde,
dall'incitante solitudine vuota
nella quale solo noi esistiamo,
questa unitá fra cane con rugiada
e il poeta del bosco,
perché non esiste l'uccello nascosto,
nè il fiore segreto,
ma solo trilli e profumi
per i due compagni:
un mondo inumidito
dalle distillazioni della notte,
una galleria verde e poi
un gran prato,
una raffica di vento aranciato,
il sussurro delle radici,
la vita che procede,
respirando, crescendo
e l'antica amicizia,
la felicitá
d'essere cane e d'essere uomo
trasformata
in un solo animale
che cammina muovendo
sei zampe
e una coda
con rugiada

Lele


sabato 19 gennaio 2013

Alle madri, perchè l'essere in due comincia da loro

*Il titolo di questo post è la dedica che compare all'inizio de "Il contrario di uno" di Erri  De Luca

                                                                                MAMM'EMILIA

In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.

In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l'accrescimento è stato immensamente meno.

Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perché il vuoto l'ho portato con me.

Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.

Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella la inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l'insegna il figlio.

Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.

Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione,
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l'ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio,.
Da te ho preso gli occhi chiari
non il loro peso
a te ho nascosto tutto.

Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello del vulcano che ci orientava il sonno.

Ti spargerò nell'aria dopo l'acquazzone
all'ora dell'arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.

 (Erri De Luca, Il contrario di uno, Feltrinelli pp.9-10)

domenica 30 dicembre 2012

Haiku - la bellezza in tre versi... e un'idea-regalo.

Terra ghiacciata
lungo sonno del ghiro
io ti aspetto

Tina Caramanico

Se qualcuno di voi è per caso in mostruoso ritardo con i regali natalizi, ecco un'occasione da non perdere per farsi perdonare l'attesa: un piccolo libro gioiello - di poche parole e molta bellezza - a prova di tasca precaria.

Si chiama Inverno ed è il primo  della serie 'Le stagioni dell'Essere'  della collana antologica Hanami - Edizioni della sera. 
Il volume curato da Fabrizio Corselli raccoglie 25 haiku,  componimenti poetici tipici della  tradizione giapponese le cui  caratteristiche peculiari sono la  brevità (soli tre versi) e la capacità  di esprimere per immagini il nesso tra l'uomo e la natura, catturando attraverso la parola     densa una connessione salda, e nello stesso tempo fluida, tra l'io poetico ed il mondo circostante, spogliato dei suoi orpelli da uno sguardo che punta dritto all'essenzialità.

Parole da meditare ad una ad una, versi che creano scenari pur senza inventare nulla. 
Pura magia di sguardo, uno sguardo lento che indugia su una bellezza semplice, ordinaria.

Ecco solo un paio di perle, giusto per averne un'idea:



Campi acquattati
come un gatto in attesa
le fusa del vento

Menta e cannella 
tutto il mondo attraverso
vapori di tè

Fiore di campo
perso tra le pagine -
non sa che è inverno

(Andrea Festa)

***

Fili di brina 
ricamano l'abete 
di pizzi e trine
(Flavia Rolli)

***

 Neve e silenzio 
china sulla tastiera 
lustro parole
(Marzia Musneci)


Buona lettura!
Illustrazione di S. Crisà



domenica 2 dicembre 2012

Se qualcuno sta nascendo..

Io non ho figli - né penso di averne a breve - ma il tema Nascita mi attrae da tempo come una calamita, tanto come metafora quanto come evento reale.
Le ragioni di questa attrazione forse mi saranno chiare solo tra molto tempo.
Per adesso quel che so è che sento di doverci fare i conti, perché dove c'è una nascita in corso c'è uno snodo importante che in qualche modo mi chiama in causa, che mi riguarda personalmente.

Quando  qualcuno o qualcosa sta nascendo  è il tempo in cui ci giochiamo personalmente una nuova chance di ri-concepire libertà.. dell'altro, dell'altro da noi, di noi dall'altro e perfino dalle nostre stesse creazioni e dalla loro capacità di imboccare strade imprevedibili, una volta consegnate al mondo.

Generare -  avendo cura di ri-generare -  sé dall'altro e l'altro da sé.
Mi sembra che ci sia in gioco tutto questo... e molto di più.


Lasciate tranquilli 
quelli che nascono
Lasciate spazio
perché possano vivere.
Non preparate già 
tutto pensato.
Non leggete a tutti 
gli stessi libri.
lasciate che siano loro
a scoprire l'alba,
a dare un nome ai loro baci.
Pablo Neruda

lunedì 8 ottobre 2012

La gioia, una scelta.


Una serie di pungoli arrivati tutti insieme, e più o meno casualmente, da qualche tempo mi fanno ronzare in mente l’idea che la gioia sia una responsabilità personale, di quelle con la R maiuscola e con un loro peso specifico, non del tutto ponderabile.

Mi arrendo al ronzìo e al pungolo.

Credo nella gioia.
E credo che la gioia sia una scelta.
Scelta di apprendistato
per pazienti appassionati.
Unica scelta capace di trasformare migrazioni continue in un continui ritorni a casa.
Casa non di mattoni, ma di costruzioni: casa che muove e cambia i suoi pezzi a colori, 
ma rimane grembo.
Casa che raccoglie mappe stropicciate, diari di bordo e cartoline di viaggio come fossero quadri ben quotati.

Ci vogliono piedi ben piantati a terra per mantenere la rotta di volo della gioia: è lavoro di resistenza alla
vertigine, sul ciglio della voglia di cadere.

La Gioia a cui sto pensando non è una storiella pacificante che ci si racconta per non dar retta all’infelicità.
Quello è barare deviando da una via maestra.. di Casa. 
Scorciatoia fasulla, maestra di niente.
La gioia a cui sto pensando è questione di fedeltà a se stessi, 
al proprio corpo e al suo silenzioso sapere.


Oggi questa specie di Credo laico e 'd'impeto' nasce dall’aver ripescato una splendida e imperdibile poesia di Mariangela Gualtieri, straordinaria autrice conosciuta qualche anno fa.
Eccola:



Popolate dicevano questo deserto nel cuore
con giravolte di gioia.
Gioia dicevano era la prima legge del mondo.
Sempre gioia dicevano.
Con gioia lo dicevano.
Imparavo allora la mano aperta e l'attesa.
Mi allenavo con l'abete.

Imparavo la scucitura, dalle porte la spalancatura,
dal remo imparavo il corpo a corpo e la spinta,
dal pilone sopportazione, dalla botola la custodia,
dallo spino concentrazione e attacco, dalla neve nitore e scomparsa,
dalla rondine il riso della corsa, e poi dal
fiore il furore, furore dall'edera e dall'erba, dalla
candela imparavo il silenzio, dal silenzio la luce
ed ero a casa.

Mariangela Gualtieri. Senza polvere e senza peso. Einaudi 2006

Mariangela Gualtieri

lunedì 1 ottobre 2012

Essere terra presente


Non siate solo stendardi 
ma anche terra presente. 

Non siate solo musica 
ma anche silenzio di perla. 

Non perdete mai il contatto 
del vostro cammino: 
ricordatevi che il sangue si ferma 
perché non vuole parlare. 


Alda Merini

Radici. Frida Kahlo

giovedì 20 settembre 2012

Melting pot family


Il mio reticolo familiare per parte materna è un curioso melting pot di cui vado particolarmente fiera.
Il bilancio aggiornato all’ultima mega riunione estiva denuncia la presenza di posti ancora vacanti per aspiranti rappresentanti di Oceania ed Africa.
Gli altri tre continenti sono tutti egregiamente rappresentati. 

Ad oggi, posso vantare una simpaticissima zia filippina, un’affascinante cugina giapponese; un very cool cugino con padre scozzese e antenati tedeschi, but born in the U.S.A.; vari affettuosissimi cugini italo-filippino-americani negli States e, dulcis in fundo, uno splendido cuginetto 4years old, con capelli biondissimi e meravigliosi occhi dal taglio vagamente orientale, che adora le cozze scoppiate al limone.

Così, una sera a cena, davanti ad un piatto di pasta con sarde e finocchietto, può capitarti di conversare piacevolmente - e con grande naturalezza - un po’ in italiano, un po’ in dialetto siciliano e un po’ in un azzardato American English che mette tutti d’accordo, con buona pace di chi i miscugli li crede troppo complicati da gestire.

Pura ricchezza, insomma.

Wislawa Szymborka conosceva e amava questo genere di ricchezza. 
Con la sua ironia leggera e pungente, ne scrisse in una sua poesia in cui metteva alla berlina i fanatici dei confini e, nello stesso tempo, celebrava la naturale bellezza delle commistioni.
Non a caso, la poesia si chiama Salmo.

La scelgo come mia preghiera laica di ringraziamento per quest’Estate di intrecci e sconfinamenti ritrovati.


Salmo (1976)


Oh, come sono permeabili le frontiere umane!
Quante nuvole vi scorrono sopra impunemente,
quanta sabbia del deserto passa da un paese all’altro,
quanti ciottoli di montagna rotolano su terre altrui
con provocanti saltelli!

Devo menzionare qui uno a uno gli uccelli che trasvolano,
o che si posano sulla sbarra abbassata?
Foss’anche un passero – la sua coda è già all’estero,
benché il becco sia ancora in patria. E per giunta, quanto si agita!

Tra gli innumerevoli insetti mi limiterò alla formica,
che tra la scarpa sinistra e la destra del doganiere
non si sente tenuta a rispondere alla domande “Da dove?” e “Dove?”.

Oh, afferrare con un solo sguardo tutta questa confusione,
su tutti i continenti!
Non è forse il ligustro che dalla sponda opposta
contrabbanda attraverso il fiume la sua centomillesima foglia?

E chi se non la piovra, con le lunghe braccia sfrontate,
viola i sacri limiti delle acque territoriali?
Come si può parlare d’un qualche ordine,
se non è nemmeno possibile scostare le stelle
e sapere per chi brilla ciascuna?

E poi questo riprovevole diffondersi della nebbia!
E la polvere che si posa su tutta la steppa,
come se non fosse affatto divisa a metà!
E il risuonare delle voci sulle servizievoli onde dell’aria:
quei pigolii seducenti e gorgoglii allusivi!

Solo ciò che è umano può essere davvero straniero.
Il resto è bosco misto, lavorìo di talpa e vento.

Da La gioia di scrivere – traduzione di Pietro Marchesani, Gli Adelphi 2009
Wislawa Szymborska


- English Translation by Stanislaw  Baranczak e Clare Cavanagh- 


Oh, the leaky boundaries of man-made states! 
How many clouds float past them with impunity; 
how much desert sand shifts from one land to another; 
how many mountain pebbles tumble onto foreign soil 
in provocative hops!  

Need I mention every single bird that flies in the face of frontiers 
or alights on the roadblock at the border? 
A humble robin - still, its tail resides abroad 
while its beak stays home. If that weren't enough, it won't stop bobbing!  

Among innumerable insects, I'll single out only the ant 
between the border guard's left and right boots 
blithely ignoring the questions "Where from?" and "Where to?"  

Oh, to register in detail, at a glance, the chaos 
prevailing on every continent! 
Isn't that a privet on the far bank 
smuggling its hundred-thousandth leaf across the river? 
And who but the octopus, with impudent long arms, 
would disrupt the sacred bounds of territorial waters?  

And how can we talk of order overall? 
when the very placement of the stars 
leaves us doubting just what shines for whom?  

Not to speak of the fog's reprehensible drifting! 
And dust blowing all over the steppes 
as if they hadn't been partitioned! 
And the voices coasting on obliging airwaves, 
that conspiratorial squeaking, those indecipherable mutters!  

Only what is human can truly be foreign. 
The rest is mixed vegetation, subversive moles, and wind. 


Wislawa Szymborska

giovedì 16 agosto 2012

Tutto


Una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta fra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.


Wislawa Szymborska

sabato 16 giugno 2012

Un rimedio naturale contro la perfezione



Anche lei seduce.
Gustosissima promessa.
Ha un odore che strega e fa proseliti, 
Quello stesso odore, più tardi, renderà difficile ai sedotti, sedurre.

Anche lei fa piangere.

Come lei, cruda è davvero un macigno da digerire.
Meglio sciolta, soffritta e ben appassita.
Perfezione ammansita!

Quando la Perfezione ci ronza troppo intorno e, infine, ci prende per il naso, ricordiamoci ..della Cipolla.
E prendiamola un pò in giro.
Parola di Wiszlawa Szymborska .

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.                                        
Completamente cipolla
Fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.
In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.
Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.
La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.