giovedì 8 novembre 2012

Adozione per le coppie gay. L'orticaria e i pensieri a frenata libera...

Io provo sempre una discreta orticaria ogni volta che, in una conversazione qualsiasi, qualcuno esordisce con frasi del tipo:  "io non ho niente contro i gay" o, al contrario, "io sono a favore delle coppie gay"...  o ancora: "io non sono affatto contro le coppie omosessuali a condizione che..." ecc. ecc.
In queste occasioni mi chiedo sempre: ma questo qui pensa davvero che il mondo abbia bisogno del nostro schierarci, ad uno ad uno, pro- o contro- questo e quell'altro per fare il suo corso?

Mi sembra sempre che la questione sia mal posta fin dall'inizio e che venga affrontata con un eccesso di semplificazione  puntualmente condita  con una bella dose di improvvisazione.
Eppure questo genere di frasi le pronunciano più o meno distrattamente anche colti ed intellettuali di ogni sorta. 
L'aspetto più interessante è che queste considerazioni nascono per lo più dall'impatto emotivo della questione sul singolo, più che da riflessioni nate da esperienze di prima mano - dall' incontro e dal confronto con famiglie diverse dalla propria - nella vita quotidiana.

Possiamo farci toccare da incontri reali? 
O continueremo ancora per molto a rifugiarci nelle opinioni astratte, ogni volta che l'emozione del cambiamento ci suggerisce frenata, retromarcia e poi una bella fuga intellettuale, giusto per andare sul sicuro?

Oggi su Repubblica, Michela Marzano scrive sull'argomento:
"Per chi si oppone al disegno di legge sul matrimonio e sull' adozione delle coppie omosessuali, il vero problema è il benessere dei bambini. Sarebbe immorale e pericoloso permettere a due persone dello stesso sesso di adottare un figlio privandolo così della possibilità di avere un padre e una madre (...).  Esistono solo tanti modi diversi, per i bambini, di imparare a "tenersi su", come direbbe Winnicott.  Ossia tanti modi diversi per capire che si ha diritto di essere quello che si è, indipendentemente dalle aspettative altrui (...) a meno di non restare prigionieri degli stereotipi che, per secoli, hanno codificato non solo la virilità e la femminilità, ma anche la maternità e la paternità (...). Opporsi all' adozione delle coppie omosessuali in nome dell' ordine simbolico non vuol dire solo confondere differenza e orientamento sessuale. Significa soprattutto non capire che il problema della filiazione è altrove e che si pone sempre quando un bimbo arriva all' interno della famiglia, indipendentemente dal fatto che un bambino cresca accanto a due uomini, a due donne, o ad un uomo ed una donna. Per crescere, infatti, ogni bimbo ha bisogno di essere accettato nella propria alterità, e quindi di essere riconosciuto come "altro" rispetto ai propri genitori. Proprio perché è unico. E che la propria individualità è legata a quest' unicità. È solo in questo modo che si ha poi accesso all' ordine simbolico secondo cui non solo la donna è diversa dall' uomo, ma ogni persona è diversa da tutte le altre, pur condividendone i diritti e i doveri. Incentrare il dibattito sulla questione dell' unicità e dell' individualità, però, costringerebbe ognuno di noi ad interrogarsi sulla propria capacità di tollerare ciò che è diverso. Sapendo benissimo che i bambini, quando crescono, si identificano non solo ai genitori, ma anche a tutti gli altri adulti che contribuiscono alla loro educazione.E che tanti problemi, nella vita, nascono quando non si è stati accettati e riconosciuti per quello che si era. "

Ecco il link all'articolo completo:
Se la normalità diventa discriminazione - Michela Marzano / Repubblica.it


lunedì 8 ottobre 2012

La gioia, una scelta.


Una serie di pungoli arrivati tutti insieme, e più o meno casualmente, da qualche tempo mi fanno ronzare in mente l’idea che la gioia sia una responsabilità personale, di quelle con la R maiuscola e con un loro peso specifico, non del tutto ponderabile.

Mi arrendo al ronzìo e al pungolo.

Credo nella gioia.
E credo che la gioia sia una scelta.
Scelta di apprendistato
per pazienti appassionati.
Unica scelta capace di trasformare migrazioni continue in un continui ritorni a casa.
Casa non di mattoni, ma di costruzioni: casa che muove e cambia i suoi pezzi a colori, 
ma rimane grembo.
Casa che raccoglie mappe stropicciate, diari di bordo e cartoline di viaggio come fossero quadri ben quotati.

Ci vogliono piedi ben piantati a terra per mantenere la rotta di volo della gioia: è lavoro di resistenza alla
vertigine, sul ciglio della voglia di cadere.

La Gioia a cui sto pensando non è una storiella pacificante che ci si racconta per non dar retta all’infelicità.
Quello è barare deviando da una via maestra.. di Casa. 
Scorciatoia fasulla, maestra di niente.
La gioia a cui sto pensando è questione di fedeltà a se stessi, 
al proprio corpo e al suo silenzioso sapere.


Oggi questa specie di Credo laico e 'd'impeto' nasce dall’aver ripescato una splendida e imperdibile poesia di Mariangela Gualtieri, straordinaria autrice conosciuta qualche anno fa.
Eccola:



Popolate dicevano questo deserto nel cuore
con giravolte di gioia.
Gioia dicevano era la prima legge del mondo.
Sempre gioia dicevano.
Con gioia lo dicevano.
Imparavo allora la mano aperta e l'attesa.
Mi allenavo con l'abete.

Imparavo la scucitura, dalle porte la spalancatura,
dal remo imparavo il corpo a corpo e la spinta,
dal pilone sopportazione, dalla botola la custodia,
dallo spino concentrazione e attacco, dalla neve nitore e scomparsa,
dalla rondine il riso della corsa, e poi dal
fiore il furore, furore dall'edera e dall'erba, dalla
candela imparavo il silenzio, dal silenzio la luce
ed ero a casa.

Mariangela Gualtieri. Senza polvere e senza peso. Einaudi 2006

Mariangela Gualtieri

lunedì 1 ottobre 2012

Essere terra presente


Non siate solo stendardi 
ma anche terra presente. 

Non siate solo musica 
ma anche silenzio di perla. 

Non perdete mai il contatto 
del vostro cammino: 
ricordatevi che il sangue si ferma 
perché non vuole parlare. 


Alda Merini

Radici. Frida Kahlo

giovedì 20 settembre 2012

Melting pot family


Il mio reticolo familiare per parte materna è un curioso melting pot di cui vado particolarmente fiera.
Il bilancio aggiornato all’ultima mega riunione estiva denuncia la presenza di posti ancora vacanti per aspiranti rappresentanti di Oceania ed Africa.
Gli altri tre continenti sono tutti egregiamente rappresentati. 

Ad oggi, posso vantare una simpaticissima zia filippina, un’affascinante cugina giapponese; un very cool cugino con padre scozzese e antenati tedeschi, but born in the U.S.A.; vari affettuosissimi cugini italo-filippino-americani negli States e, dulcis in fundo, uno splendido cuginetto 4years old, con capelli biondissimi e meravigliosi occhi dal taglio vagamente orientale, che adora le cozze scoppiate al limone.

Così, una sera a cena, davanti ad un piatto di pasta con sarde e finocchietto, può capitarti di conversare piacevolmente - e con grande naturalezza - un po’ in italiano, un po’ in dialetto siciliano e un po’ in un azzardato American English che mette tutti d’accordo, con buona pace di chi i miscugli li crede troppo complicati da gestire.

Pura ricchezza, insomma.

Wislawa Szymborka conosceva e amava questo genere di ricchezza. 
Con la sua ironia leggera e pungente, ne scrisse in una sua poesia in cui metteva alla berlina i fanatici dei confini e, nello stesso tempo, celebrava la naturale bellezza delle commistioni.
Non a caso, la poesia si chiama Salmo.

La scelgo come mia preghiera laica di ringraziamento per quest’Estate di intrecci e sconfinamenti ritrovati.


Salmo (1976)


Oh, come sono permeabili le frontiere umane!
Quante nuvole vi scorrono sopra impunemente,
quanta sabbia del deserto passa da un paese all’altro,
quanti ciottoli di montagna rotolano su terre altrui
con provocanti saltelli!

Devo menzionare qui uno a uno gli uccelli che trasvolano,
o che si posano sulla sbarra abbassata?
Foss’anche un passero – la sua coda è già all’estero,
benché il becco sia ancora in patria. E per giunta, quanto si agita!

Tra gli innumerevoli insetti mi limiterò alla formica,
che tra la scarpa sinistra e la destra del doganiere
non si sente tenuta a rispondere alla domande “Da dove?” e “Dove?”.

Oh, afferrare con un solo sguardo tutta questa confusione,
su tutti i continenti!
Non è forse il ligustro che dalla sponda opposta
contrabbanda attraverso il fiume la sua centomillesima foglia?

E chi se non la piovra, con le lunghe braccia sfrontate,
viola i sacri limiti delle acque territoriali?
Come si può parlare d’un qualche ordine,
se non è nemmeno possibile scostare le stelle
e sapere per chi brilla ciascuna?

E poi questo riprovevole diffondersi della nebbia!
E la polvere che si posa su tutta la steppa,
come se non fosse affatto divisa a metà!
E il risuonare delle voci sulle servizievoli onde dell’aria:
quei pigolii seducenti e gorgoglii allusivi!

Solo ciò che è umano può essere davvero straniero.
Il resto è bosco misto, lavorìo di talpa e vento.

Da La gioia di scrivere – traduzione di Pietro Marchesani, Gli Adelphi 2009
Wislawa Szymborska


- English Translation by Stanislaw  Baranczak e Clare Cavanagh- 


Oh, the leaky boundaries of man-made states! 
How many clouds float past them with impunity; 
how much desert sand shifts from one land to another; 
how many mountain pebbles tumble onto foreign soil 
in provocative hops!  

Need I mention every single bird that flies in the face of frontiers 
or alights on the roadblock at the border? 
A humble robin - still, its tail resides abroad 
while its beak stays home. If that weren't enough, it won't stop bobbing!  

Among innumerable insects, I'll single out only the ant 
between the border guard's left and right boots 
blithely ignoring the questions "Where from?" and "Where to?"  

Oh, to register in detail, at a glance, the chaos 
prevailing on every continent! 
Isn't that a privet on the far bank 
smuggling its hundred-thousandth leaf across the river? 
And who but the octopus, with impudent long arms, 
would disrupt the sacred bounds of territorial waters?  

And how can we talk of order overall? 
when the very placement of the stars 
leaves us doubting just what shines for whom?  

Not to speak of the fog's reprehensible drifting! 
And dust blowing all over the steppes 
as if they hadn't been partitioned! 
And the voices coasting on obliging airwaves, 
that conspiratorial squeaking, those indecipherable mutters!  

Only what is human can truly be foreign. 
The rest is mixed vegetation, subversive moles, and wind. 


Wislawa Szymborska